JESUS-K

Link

 

Bottoni

Contatore

visitato *loading* volte

 
sabato, 07 giugno 2008

DUE MARZO

Dopo cena, più o meno alle venti e trenta, penso sia il momento giusto per chiamare; stavolta sono sicuro di riuscire a trovarla. E’ da tanto -troppo- tempo che, per una serie di motivi, non ci sentiamo; a volte, si sa, le strade portano in direzioni diverse.
Così, tutto quel giorno, lo passo aspettando; anche in uno stato di leggera tensione.
Alle venti e venticinque esatte, alzo la cornetta e compongo il numero. Suona libero. Quattro squilli, poi una voce -che subito riconosco-.
“Pronto, buonasera. Sua figlia…….è in casa?”.
***********
Avevo appena finito le mie cinque ore d’ufficio e stavo aspettando l’abituale corriera, quella delle quattordici e dieci, per tornare a casa. Tutto nella norma, nessuna novità; giornata tranquilla……… insomma due palle che non ne potevo più. Il lavoro non si poteva di certo ritenere uno di quelli entusiasmanti.
Al marciapiede numero uno, in attesa, ci sono le solite persone. Più o meno, di vista, ci si conosce tutti e talvolta ci si scambia un rapido saluto. Come sempre alcuni parlano stancamente tra loro. Mentre io, chiuso nelle mie riflessioni, sto già facendo il programma delle cose da fare nel pomeriggio. In realtà cercando solamente di quantificare con precisione i chilometri da percorrere per l’allenamento.
Quando, ad un certo punto, arriva al marciapiede numero uno una ragazza che prima d’ ora non avevo mai visto. E’ molto carina, il suo viso mi comunica qualcosa. Ha uno zaino nero ed arancione, in più, un enorme album da disegno. Strane scarpe: una specie di anfibi di color marrone scuro.
La corriera si ferma, la gente sale. Questa ragazza si siede quasi in fondo. Parte sinistra, sedile a sinistra. Vicino al finestrino. Io mi siedo su quella stessa linea. Ma parte destra, sedile a sinistra. Vicino al sottile corridoio centrale.
Dopo nemmeno due metri di strada, butto lì un discorso. Vediamo cosa succede, al limite faccio una brutta figura: tanto una più una meno.….poco cambia. Mi ripeto tra me e me, forse per incoraggiarmi. Non so come, eppure, sento che è una tipa interessante; mi arrivano importanti e distinte vibrazioni. Cose che non si riescono a spiegare.
“Signorina……lo sa che lei ha dei pantaloni stupendi”. E un sorriso. “Grazie……i disegni sono opera mia”. “Complimenti davvero”. Effettivamente i disegni sono di una bellezza e di una perfezione incredibile, soprattutto la donna sulla gamba destra. Però mi informa che frequenta un istituto d’arte. Al che capisco. Poi ci comunichiamo i rispettivi nomi e le rispettive età.
In diciassette minuti, tempo che separa la stazione delle corriere dalla mia fermata, senza alcun ordine, ci raccontiamo di tutto; libere associazioni. Non è ben chiaro il motivo. E’ molto aperta, per niente timida. Evidentemente le ispiro fiducia. Quel giorno aveva avuto una brutta discussione con la professoressa d’italiano…….ma era la professoressa ad essere una testa di cazzo. Mi raccontò anche della sua carriera scolastica, passata attraverso l’abbandono del liceo scientifico in favore di quell’istituto d’arte. Ben più lontano dal suo paese di residenza, e che la costringeva a folli levatacce.
Dal canto mio non potevo far altro che ascoltare attento, incantato da quel parlare. Parlare con marcato accento del suo luogo di provenienza. Inoltre il sorriso e gli occhi mi colpiscono in un modo che quasi mi spaventa. Anch’io, col passare dei metri, inizio a sciogliermi e le parlo un po’ di me. Qualche accenno. Lei si mostra interessata. Una cosa che ci accomuna è che entrambi scriviamo poesie. Mi vanto però di essere più famoso, per via di un paio di letture pubbliche. Mi guarda storto. Poi ridiamo e mi fa i complimenti: chiaramente finti.
Sono quasi alla mia fermata. Ci scambiamo il numero di cellulare e la mail. Appuntamento al giorno dopo. “E cerca di fare la brava”. “Anche tu”. Al momento di prepararmi per scendere, la guardo. Anche lei mi guarda. Nessuno dei due proferisce parola. Sorge intanto un piccolo problema.
Praticamente siamo seduti in fondo alla corriera. Dunque per scendere dovrei attraversare tutto lo stretto corridoio, visto che la porta è davanti. Quella sul retro non la aprono mai. Chissà perché. Ma, mentre mi sto alzando anticipatamente per raggiungere la mia uscita, questa ragazza mi dice di aspettare. Anzi, a dire il vero, me lo intima in tono piuttosto secco. Poco dopo, tra il trambusto generale di una corriera alle quattordici e qualcosa, un urlo secco e sonoro “dietroooo……...la porta dietroooooo”. Proprio davanti alla mia fermata la porta si apre, risparmiandomi così quell’insidioso corridoio. Dentro, ero già preparato al peggio: fermata successiva, ahimè non più vicina a casa. “Sei il mio idolo”. Ringrazio, scendo, e con la mano saluto. “ Che urlo, e per una questione di principio. Ne sono sicuro”. Mi dico tra me e me. “E’ pazza”. Sentenzio.
Da quel giorno ogni giorno, esclusi sabato perché non lavoravo, le vacanze ed ovviamente domenica, facevamo in compagnia il viaggio dei nostri ritorni. Ridevamo e scherzavamo, sembravamo meno morti delle altre persone a bordo. Diventavamo via via sempre più amici. I messaggi e le telefonate aumentavano. Si stava bene insieme, ecco tutto: avevamo entrambi voglia di esprimerci.
Poi, come logica conseguenza, si iniziò anche ad uscire assieme; non ci accontentavamo più solo della corriera. Dunque arrivarono diversi pomeriggi a passeggiare, parlare e a conoscerci ancor meglio. Cogliendo sempre nuovi aspetti l’uno dell’altro. C’era feeling: sentivamo diverse angosce e paure assai simili. Aveva dentro di sé qualcosa di ancora poco chiaro, e le domande intanto aumentavano giorno dopo giorno. Quelle domande che non sempre è facile riuscire a fronteggiare, che anzi spesso è quasi sventura porsi. A volte servirebbe anche della fortuna. Era attraversata da forti correnti di inquietudine: quelle correnti che non si sa mai da che parte ti possono portare. Con me si apriva bene, diceva che riuscivo a capirla come nessun altro. Stessa cosa per me: mi confidavo senza temere immediati giudizi. Ogni tanto mi incoraggiava di riprendere gli studi universitari e di mollare quel lavoro.
Finché un giorno mi rivelò di essere fidanzata, ma che ad ogni modo noi potevamo continuare lo stesso a vederci. Evidentemente era una cosa che aveva paura di dirmi, forse per timore che il nostro rapporto potesse cambiare o chissà che. Questa confessione, chiamiamola così, invece non provocò in me alcuna delusione e glielo dissi subito. Per me nessun problema, semmai mi preoccupavo per loro. Certamente era una ragazza carina, un bel viso ed un bel corpo. Comunque, da tempo, non avevo più intenzione di provarci seriamente; erano altre le cose che di lei mi colpivano, e più ancora mi stordiva la similarità dei nostri pensieri e del nostro sentire. Addirittura alcune volte, fatto singolare, capitava che appena rientrata col fidanzato, chiamasse me. E la stessa cosa facevo io. Magari uscivo con qualcuna e, tornato a casa, chiamavo lei; ma, così, andava bene a tutti e due. Questi, nel bene o nel male, eravamo noi. Nulla in noi e di noi si poteva definire propriamente “normale”. Ogni tanto sì, lo ammetto, sentivo di aver trovato la ragazza dei sogni. Ma, ammetto ancora, niente a che vedere con quella cosa chiamata comunemente - o semplicemente- amore.
***********
Ore otto della mattina, la corriera si ferma ed io salgo. Appena sù, mi metto vicino a questa ragazza. Sedile affianco. Lei dalla parte del finestrino, io da quella del corridoio: visto il giorno di festa per entrambi, ci siamo messi d’accordo per andare a Bologna.
Alle nove prendiamo il treno. Durante il viaggio facciamo dei versi vergognosi. Ma, in un momento di serietà, tiriamo fuori anche le rispettive poesie. Ciascuno legge quelle dell’altro. Lei trova belle le mie. Io trovo molto dure le sue. Subito penso a me stesso a quell’età.
Alle dieci e venti siamo fuori del piazzale della stazione. E comincia, in trasferta, il nostro pellegrinaggio. Subito colazione: due caffè e via. Offro io. Offrivo sempre io. Parliamo, come sempre in sintonia. Ci sentiamo liberi. Subito una confessione -era solita confessarmi le cose-. Prima volta che andava a Bologna, prima d’ora ne aveva solo sentito parlare. Ed una volta, quando doveva andarci con delle amiche, gli accordi tra loro erano saltati e nessuno ci andò. “Ti ricorderai di questo giorno, allora” le dissi. Lei, annuendo, sorrise. Quel suo sorriso mai davvero felice o rilassato, ma perennemente malinconico; come del resto il suo intero viso: segnato da una vena di tristezza ed inquietudine. Vi si poteva trovare, in quei lineamenti, un non so che di irrimediabilmente tragico. Per non parlare di quegli occhi scuri che ti entravano dentro.
Giriamo per negozietti vari, in maggioranza quelli alternativi. Poi negozi di musica e strumenti musicali. Nel corso della nostra amicizia ero riuscito a farla avvicinare ad altri generi che non fossero il solo heavy metal. Entriamo in una libreria, da dove quasi non uscivamo più. Le regalai un libro. I fiori del male, che da tempo voleva. Mi ringraziò. Per me invece acquistai Confessioni di un codardo. Poi andiamo in un bar, era ora di pranzo. Ma nessuno dei due voleva mangiare. Ci sediamo ed ordiniamo due birre. Il bar era uno di quelli brutti, niente di fine. Un po’ fuori dal centro vero e proprio. Era anche deserto e il barista, nonché unica altra persona presente all’interno del bar, era già visibilmente ubriaco. Parlammo. Parlammo in grande tranquillità e reciproca fiducia.
Vennero fuori altri aspetti del suo carattere. Come avevo da molto tempo intuito, infatti, voleva fare la “dura” ma in realtà era di una dolcezza e di una sensibilità straordinaria. Solo che lei non voleva. Anzi detestava questo lato di sè, di cui era comunque a conoscenza. Lo nascondeva. Ed era ormai evidente il fatto che, in questo ultimo periodo, non stesse per niente bene; qualcosa la turbava e non la lasciava un attimo stare, strisciando sottile. Si scontrava sempre più con il mondo intero, il senso e l’utilità. Perdendo. La felicità continuava a sembrarle un miraggio. Vedeva la noia la ovunque. Aveva voglia di conoscere, ma non quello che ti insegnano a scuola. L’inquietudine era cresciuta e pareva non volersi fermare. Un rapido peggioramento, anche se ancora non del tutto fuori tempo massimo per poter intervenire. Pensavo dentro di me. Insomma -alla fine espressamente me lo confessa- ha trascorso una pessima estate. Io, capendo alla perfezione che cosa mi volesse comunicare, ascoltavo. Non potevo fare altro, anch’io non me la passavo esattamente bene: a volte era come se la mia testa fosse controllata da qualcosa di misterioso. Però di certo cattivo. Eravamo, per come la vedevo io, anime affini. Il tempo avrebbe fatto la sua parte.
Ordiniamo altre due birre. I discorsi continuano. Entrambi scopriamo di avere paura del futuro. E di sentire come una specie di incomunicabile vuoto, con il prossimo che ci pare poco più di un alieno. Poi aumentano i silenzi e soltanto ci guardiamo. Ha un viso meraviglioso. Và in bagno. Il barista ubriaco pensa che io stia ubriacando la mia amica apposta per rendere la mia opera di abbordaggio più semplice, e -in dialetto bolognese- me lo dice. Rispondo che è lei che vuole ubriacare me. Vado in bagno. Orribile cesso. Le cose iniziano a confondersi: c’è da aggiungere che non sono un forte bevitore. O meglio: lo ero, poi la mia codardia mi ha fatto smettere.
Terzo giro di birre. Queste due ultime le sorseggiamo piano, anche per prudenza. C’è un ritorno da affrontare. Ed io ho l’allenamento alla sera. Aiuto. Finiamo, paghiamo e riprendiamo la strada per la stazione. Ma le birre si sentono troppo, decidiamo allora di prendere il treno successivo a quello previsto. Salta l’allenamento: evento epocale. E questo già dice tutto. Intanto cerchiamo di riprenderci un po’, mettendoci seduti sugli scalini della Sala Borsa in Piazza Maggiore. Giusto un piccolo ripiglio. Il nostro parlare continua, siamo sempre più vicini. Almeno di cuore. Per allontanarmi la prendo in giro sul suo modo di camminare e sugli anfibi da Rambo che abitualmente indossa. Le dico che la maglietta che si è comprata non mi piace. Mi manda a cagare. Finché ci sentiamo leggermente più pronti, ed insieme decidiamo di avviarci verso la stazione. A nessuno dei due interessano le vetrine di Via Indipendenza. Arriviamo in stazione: tutto è caos. Individuiamo il binario. Sottopasso. Il treno è già lì. Mancano venti minuti alla partenza. Arriva l’ora della partenza e, in perfetto orario, il treno parte. Nel mezzo: altri versi alternati a cose serie.
Viaggio tranquillo, ci guardiamo e basta. Sembra quasi, mentre scorre la strada, che tutti e due ci vogliamo dire la stessa cosa. Ma nessuno parla. Solo vaghe osservazioni sulla situazione. Alle diciannove e quindici, come previsto, siamo nella nostra solita stazione delle corriere. Siamo solo noi due: ad entrambi il mondo balla ancora un pochino. Venti minuti dopo, alla mia fermata, scendo. “A presto”, e le accarezzo la mano; il nostro primissimo contatto fisico. “ A presto, mi risponde. Scendo e resto ad osservare la corriera che riparte. Finchè dalla mia vista non esce, intanto penso di aver trascorso una bellissima giornata. “Quella ragazza è incredibile”, mi dico percorrendo la strada dalla fermata a casa mia. “Chissà da dove salta fuori…….”
Dopo quella volta, però, le nostre frequentazioni iniziarono a diradarsi. Nonostante miei diversi inviti ad incontraci ancora. Persino le telefonate diventarono sempre meno. E, a dire il vero, nessuno ci poteva fare niente. Io stavo perdendo completamente ogni residuo d’ordine. Lei pure. Quelle volte in cui riuscivamo a beccarci mi diceva che non sapeva più come affrontare i suoi problemi. Che i pensieri le si facevano sempre più brutti, pericolosi, ed in ultima analisi ingestibili. “ Mi sento sola, anche in mezzo a mille persone”. “Sono malata dentro”. “Sono stanca di tutto”. Il suo sentirsi diversa, il suo non accettare la normalità e le cose imposte, purtroppo, stavano diventando un peso insormontabile. Era sempre più vicina a cadere nelle mani del vortice. Uno di quei vortici che ci sei dentro fino al collo ma non lo sai nemmeno, e -peggio ancora- il cadere nel vortice spesso rappresenta il tuo modo di risolvere il problema vista la mancanza di alternative percorribili. Io le consigliavo solo di resistere e di lottare, che prima o poi tutto si sarebbe sistemato. Le ripetevo di farsi forza, perché lei era forte.
Improvvisamente, a complicare ulteriormente il nostro rapporto, si mise il fatto che decise di lasciare la scuola. Dunque fine dei suoi viaggi in corriera. Dei nostri viaggi. Si trasferì poi in un altro paese. Dagli zii. La situazione stava rapidamente peggiorando. Una sera al telefono mi confessò che, quella prima volta, sperava io mi avvicinassi a lei e attaccassi bottone. Non sapevo che dire, l’unica cosa che cercavo di fare era, nei miei limiti, di aiutarla. Mi raccontò via via di feste, nuovi incontri. Non un bel giro. Aveva lasciato definitivamente il fidanzato, con cui le cose da tempo non andavano più bene. Già un paio di volte avevano rotto e poi si erano rimessi insieme. Ora, invece, la fine era, almeno per lei, assolutamente certa. Mentre io davvero non la sentivo più la stessa persona, e non capivo. Forse quel disagio, di cui in continuazione mi parlava, era in maniera disordinata uscito e stava facendo la sua parte. Ciò, se si gestisce male, può portare gravi conseguenze. A me, invece, questa ragazza semplicemente mancava, e mi sentivo impotente. Tagliato fuori, escluso. Ricordavo le nostre uscite, le nostre telefonate “da suocere” -come le chiamavo io-, e i messaggini via cellulare con pezzi di poesie. Mi mancava, e non sapevo cosa le stesse succedendo. Potevo forse fare qualcosa? Lei andava sempre così veloce. Lei andava sempre così di corsa. Una folle fretta, e chissà perché.
************
Dopo qualche mese da quel fatidico giorno a Bologna. E dopo tutte quelle telefonate misteriose, caratterizzate sempre da una generale tristezza -che mi lasciava in bocca un gusto d’amaro-, una sera mi suona il telefono. E’ lei. Mi chiede se il giorno seguente ci possiamo vedere perché mi deve parlare. All’istante le dico che va bene. Solito posto, solita ora. E riattacchiamo senza aggiungere altro. In cucina, versandomi da bere, non so che cosa pensare e come interpretare questa telefonata.
Dentro di me sento la presenza di due opposti stati d’animo. Felicità per il nostro incontro e per il fatto che mi ha chiamato, ultimamente non mi aveva molto considerato. Dall’altro lato: paura per quello che potrei sentirmi dire e paura per come potrebbe stare. Nella telefonata la sua voce non mi sembrava per niente bella, un tono dimesso. Quasi assente. Era caduta in un buco, la vitalità di un tempo pareva del tutto svanita. Quella sua sensibilità particolare, lo sentivo, era stata venduta nel tentativo di sentirsi più libera. Anche se poi, alla fine, questo non succede: non si è mai liberi, anzi si cade ancora più in basso. Pregavo vivamente di essere in errore, anche se sapevo di non esserlo: conoscevo fin troppo bene quei meccanismi perversi.
Il giorno dopo è una bella giornata di sole, dunque passeggiamo un po’. Tutto intorno è pace e colore. In esatto opposto ai nostri stati d’animo. Poi ci sediamo su una panchina. Io ho il lettore cd portatile. Una cuffia ciascuno e le faccio ascoltare un gruppo che non conosceva. Le due canzoni che ascolta le piacciono.
Mettiamo via la musica ed iniziamo a parlare. Il suo sguardo, però, come sempre dice già tutto. Il suo viso è stanco, non si illumina. Mi è subito chiaro: ha perso la voglia di lottare. Lottare per imparare ad usare quella sua sensibilità particolare in modo costruttivo e non distruttivo. Mi dice che ha trovato un piccolo lavoretto. Che vive in due paesi, trascorrendo metà settimana da una parte e metà dall’altra. Che è stata un periodo in una specie di collegio. Qui non sono riuscito a capire. Mi dice che ha nuovi amici con cui si trova bene, ed ha un nuovo ragazzo. I racconti sono confusi, come se mancasse un vero ordine. E’ pallida e smunta. Si vivacizza solo quando parla delle serate a cui partecipa nei fine settimana. Anche se adesso resta di più in casa per via dei pochi soldi. Poi anche lei esprime un giudizio su di me: mi trova peggiorato, e mi chiede se ho qualcosa che non và.
Ricordiamo anche i nostri vecchi tempi, i ritorni in corriera quando guardavamo le facce della gente che tornava dal lavoro. Ricordiamo i pomeriggi e tutte le telefonate. Tiriamo fuori la notte del dieci agosto in cui al telefono, a meno di otto chilometri di distanza, abbiamo guardato insieme le stelle cadenti. Rivediamo la nostra folle giornata a Bologna, con tutti i suoi disguidi e barcollamenti. Mi dice che i Fiori del male le è piaciuto da morire. Parla dei Nirvana, che sono ormai il suo gruppo preferito. Infine ritorna sulla sua tristezza, sulla sua solitudine, sulla morte, e sulla stupidità delle cose. Io ascolto. Vorrei aiutare, perché so che con certe idee non si sta bene, ma non so come agire. Le dico che bisogna tener duro, che il tempo magari sistemerà un po’ le cose. Aggiungo che ci sono tante persone che le vogliono bene. “Perché sei una persona fantastica”. Cerco di risollevare la situazione. La giornata è ancora bella, si è alzato solamente un leggero vento che le muove i capelli neri, e la fa sembrare ancora più esposta ad ogni pericolo.
Infine mi comunica una sua decisione. Improvvisamente. Visto che la sua situazione è grave, entrerà in un posto per cercare di mettere ordine. Non me lo sarei aspettato, ma credo sia, a questo punto, la scelta giusta. E’ un po’ sul vago, ma non faccio troppe domande. E’ già un miracolo che me ne parli. Lei: sempre a metà tra il dirti e il non dirti, fra un mistero e il volerlo svelare. Partirà la settimana seguente e non sa quanto resterà via. Mi fa, però, due raccomandazioni importanti. E me le fa con insospettabile forza. La prima è di non chiamarla più sul telefono e di non mandare dei messaggini. La seconda è di non chiamare mai a casa sua. Risponderebbero i genitori, e lei questo non lo voleva. Bisognava lasciarli tranquilli. Io accetto queste condizioni, anche se sono un po’ stordito. Chiudendo -il tempo vola- mi dice che si farà viva lei e che non mi devo preoccupare. Ha capito di essere su una brutta strada e che deve per forza venirne fuori; ci vorrà del tempo, ma bisogna pur iniziare.
Ci alziamo ed andiamo verso la stazione delle corriere. Nel frattempo io ho preso la patente ma non guido mai. Lei invece si è iscritta per abbandonare poco dopo. In stazione ci mettiamo, per iniziativa mia, nello stesso punto in cui ci siamo visti per la prima volta. Arriva la corriera, il blu bus -come lo chiamavamo-, e ci sediamo negli stessi posti di quella famosa prima volta. “Signorina………..lo sa che lei ha dei pantaloni stupendi”. Siamo due persone che sanno di non vedersi più, almeno per un periodo di tempo. Le vostre vite hanno bisogno di essere sistemate, vi rivedrete in momenti più opportuni. Mi dicevo, cercando di difendermi dalla tristezza.
In quel viaggio di ritorno parliamo poco, così poco non era mai successo. Ad entrambi il silenzio faceva paura. Stavolta dovevamo però cedere il passo. In prossimità della mia fermata mi alzo per andare verso la porta davanti, le dico di non chiamare quel suo famoso “dietroooo”. Mi alzo, pronto per scendere. Sono in piedi e ci guardiamo. Mi abbasso e le dò un piccolo bacio sulla guancia sinistra. Il nostro primo bacio. Lei resta sorpresa, anch’io a dire il vero. Ci salutiamo e percorro l’insidioso corridoio. La corriera si ferma ed io scendo. Una volta a terra, vado di corsa in prossimità del finestrino dove è affacciata. Ancora ci guardiamo. Un suo assorto sorriso. La corriera riparte e me ne resto lì, solo. Con il braccio alzato in segno di saluto. Finché il mezzo non scompare del tutto dalla mia visuale. Poi attraverso la strada, prendo la bici dal parcheggio in cui l’avevo lasciata ma non torno a casa. Vado a fare una lunga pedalata: brutti pensieri si sommano a già disastrosi pensieri.
***********
Nei giorni successivi sento la sua mancanza e cedo alla preoccupazione, ovviamente quell’ordine di non mandare messaggi non lo seguo. Ne mando eccome. Purtroppo nessuno in risposta. Aumentano, pari passo, la mia preoccupazione e il mio disappunto. Provo con degli squilli. Anche in questo caso nessun squillo di risposta. Dunque, con coraggio, un pomeriggio provo a chiamare. Niente, suona libero ma nessuno risponde. In seguito faccio altri tentativi, ma stesso identico risultato. Una sera provo un’altra telefonata. Stavolta il cellulare è addirittura spento.
Da lì in avanti sarà sempre spento. Avevo una grandissima voglia di fare una bella chiacchierata, come d’abitudine, “a libere associazioni”; invece dovevo tenermela ed aspettare sperando che tutto andasse bene e lei mi chiamasse. Mi sentivo impotente, era una bruttissima situazione. Le volevo dire, inoltre, che anch’io mi ero deciso a mettere un po’ di ordine e di farmi aiutare. Invece sempre e solamente la voce metallica della segreteria. Spesso, in questi casi, lo sconforto mi prendeva alla gola. Mi strozzava. E sentivo una gran paura. Paura di non aver fatto abbastanza. E, nello stesso tempo, la domanda: che cosa potevo fare?
I mesi intanto passano, e lei non si fa proprio mai sentire. Mai. Nemmeno uno squillo; eppure la penso ancora. Mi chiedo sempre dove sia. La situazione che si è creata mi addolora, aumenta la mia sensazione di incompleto, di cosa lasciata in sospeso. L’unica cosa che posso fare è cullarmi nel ricordo. Ma, a volte, questo non basta e si sente il bisogno del presente. A tenermi occupato, intanto, il lavoro. Quel lavoro che lei mi diceva sempre di lasciare per riprendere gli studi, perché era sicura che io avessi le capacità di portarli a termine. E quel lavoro che di lì a poco effettivamente avrei smesso. O perso, a seconda di come la si vuole vedere.
Finché arriva il giorno del suo compleanno -due marzo-, e sento di dover riuscire per forza a farle almeno gli auguri. Anche l’anno prima glieli avevo fatti. Ma questa volta mi è oggettivamente difficile: non so dove sia, ed ha il telefono spento. Così poi, in teoria, sentirei finalmente come le vanno le cose. E mi ripeto -sempre per sostenermi- che se ha deciso di non vedermi più………pazienza. L’importante è che le cose le vadano. Non bene, ma almeno che vadano: questo sarebbe il massimo. Dunque decido, disobbedendo con coraggio al secondo ordine ricevuto -e dato con maggiore perentorietà rispetto al primo-, di chiamarla a casa. Magari potrei trovarla lì. Per quello che ne sapevo poteva benissimo essere. Poteva essere ritornata. La chiamo e che si arrabbi pure. Se al limite è ancora via, chiederò ai genitori delle informazioni. Sempre meglio di niente. Sono assolutamente deciso, nulla mi potrebbe far cambiare idea.
Così, tutto quel giorno, lo passo aspettando; anche in uno stato di leggera tensione.
Alle venti e venticinque esatte, alzo la cornetta e compongo il numero. Suona libero. Quattro squilli, poi una voce -che subito riconosco-.
“Pronto, buonasera. Sua figlia…….è in casa?”.
***********
Non era in casa. Ed io ritorno in camera mia (per le scale vado veloce). Abbasso la tapparella. Mi corico a letto e resto lì, incapace di formulare anche il più piccolo dei pensieri. Immobile, al buio. Soltanto piango e non riesco a far altro. Finché mi alzo e vado in cucina a prendere le mie pastiglie per dormire. Più del solito. Tante più del solito. Poi risalgo e mi rimetto a letto. Dopo venti minuti -o forse anche meno- cado in un sonno pesante. Di marmo. Completo oblio, più nero del nero. Il mio cervello, esattamente come volevo, si spegne.
La mattina seguente tutto mi sembra ancora impossibile. Piango ancora.
Non era in casa, e non ci sarebbe stata mai più.
Non l’avrei mai più rivista, a parte una piccola foto in cui non sorride.

Postato da: jesusk a 17:59 | link | commenti (1) |

mercoledì, 16 aprile 2008

NEW MORNING

L’INTOCCABILE
Ho convissuto per anni con la pressante
sensazione di essere una persona inutile.
Lo sentivo in modo intollerabile,
ed alla fine mi sono pure ammalato.
Una specie di fissazione,
più tutte le altre poi correlate.
Sempre nell’idea di essere nel giusto.
In seguito sono stato aiutato
e lottando ho fatto dei progressi,
dei medici mi hanno spiegato
che in realtà non sono inutile
ma che sono come tutti gli altri
(e che anzi avrei ottime capacità).
Lavoro indispensabile per la mia sopravvivenza,
questo dei medici.
Io ci ho creduto
(ho dato loro fiducia)
e sono andato avanti,
non so come e perché però è successo.
Dopo tante fatiche infatti sono riuscito
a riprendere gli studi e persino a laurearmi.
Dams,
che per chi non lo sapesse fa parte di lettere e filosofia.
In questi ultimi mesi giustamente
sto cercando un lavoro e guardo sempre in giro
le richieste nel mio specifico campo.
Ora ho la certezza:
al tempo non mi sbagliavo,
la mia pressante sensazione era del tutto esatta.
GIA’
Chissà.
Se nella morsa di gennaio o se nell’incertezza di febbraio.
Chissà.
Se nella follia di marzo o se nella calma di aprile.
Chissà.
Se nella fragranza di maggio o se nell’atteso bacio di giugno.
Chissà.
Se nei colori accesi di luglio o se nella ferocia cieca di agosto.
Chissà.
Se nella tristezza di settembre o se nell’inutilità di ottobre.
Chissà.
Se nell’oscurità di novembre o se nel gaudio di dicembre.
Chissà.
In quale di questi ti toccherà.
ASSOLUTAMENTE
Perdere
questo momento
non posso:
un uccello nero.
Enorme.
Sopra la tua testa.
SOLO IN QUELLO
Penso di aver trovato la risposta alla domanda “In che cosa credi”.
Non per supponenza,
ma ci sono riuscito e non è stato per niente facile.
Perché io non sono mai stato una persona vuota,
ho sempre avuto dei valori.
O un certo spessore.
Ho impiegato trent’anni della mia vita
per arrivare a questo importante traguardo.
Anche se tutti ci dovrebbero almeno provare,
è solo così che si penetra l’essenza:
Le persone intelligenti lo fanno,
il mo vicino di casa -ad esempio- no.
E’ evidente.
Invece il motore dei propri passi
bisogna per forza individuare.
Diventa il personale metro nel mondo,
anzi di più: una specie di scheletro.
Ciò che in fondo sei.
Da questo punto fisso poi la ricerca può proseguire:
Come stella polare contando su base di lucida consapevolezza.
Penso di aver trovato la risposta alla domanda “In che cosa credi”.
Io credo in quello,
solo in quello.

Postato da: jesusk a 15:33 | link | commenti (4) |

mercoledì, 28 novembre 2007

FINO AL GIORNO IN CUI

Bussa alla porta.
Faccio entrare l’ospite,
si siede alla mia tavola.
Bel vestito azzurro,
ottimo profumo.
Con grande tranquillità
ci scambiamo
le prime impressioni.
Sabato mattina,
metà novembre.
Fuori c’è un brutto cielo:
il vento scuote gli alberi,
di certo a breve pioverà.
Continuiamo a parlare:
Mi chiede come sto.
Racconto della mia incertezza
e della paura che mi accompagna
-non vorrei-.
Sorride.
I riflessi dei fulmini,
mentre metto su’ il caffè
e mi accendo una sigaretta.
I discorsi vanno avanti,
il tempo passa anche se
nulla sembra in movimento.
Al piano di sopra
sbatte di colpo una finestra.
Affrontiamo diversi argomenti,
per me inoltre nuovi quesiti:
Mi chiede cosa farò oggi.
Racconto di non avere alcuna idea
e che è sempre così.
-non vorrei-.
Sorride ancora.
Mi chiede i motivi.
Racconto di non saperli
e che è una tortura.
Ma intravedo la sua noia,
gentilmente me la fa capire.
Ha lo sguardo stanco,
i suoi occhi profondi
ora cercano altrove.
Ad essere onesti
anch’io mi sto annoiando,
in fondo in fondo
non aggiungiamo nulla a ciò
che ciascuno dei due già sa.
Vorrei provare con delle domande,
poi realizzo che è inutile
e subito mi passa la voglia.
La conversazione langue,
spesso interrotta dal silenzio
(pesante vista la situazione).
Un fragoroso tuono
ci fa trasalire,
infine giunge
il momento di separarsi.
Con affetto mi congeda.
Rispondo al saluto,
e di cuore ringrazio
Madama Suicidio
per la sua quotidiana visita.
“A domani suppongo”.
E la vedo sparire nella pioggia………

Postato da: jesusk a 18:20 | link | commenti (2) |

giovedì, 26 luglio 2007

ACCURATAMENTE

Chiuso in una stanza
a far uscir parole,
mentre il mondo vive
o è convinto di questo.
Uno scontro che da tempo
si protrae,
e finirà solo con l’ultima bugia.
Domani staccherò le stelline
attaccate al soffitto,
giocando abbiamo sudato
parti del nostro inconscio,
il cagnone finalmente
ha smesso di ridere,
la scorsa settimana un angelo
mi ha detto che Dio si odia,
vorrei cambiare nome
e chiamarmi Ottone,
improvvisamente arriva
poi improvvisamente passa,
lungo il cammino sono venuti
fuori momenti esaltanti,
Bad Lieutenant
è un Film di razza,
quando non fingo sto peggio
di quando lo faccio,
spero arrestino presto
l’immobilità dell’estate,
se lo racconto nessuno ci crede:
hai perso il senso del gusto,
la morte si è stancata
del suo vecchio vestito,
a quanto pare pure il corvo
è un animale intelligentissimo,
e d’acre illusione puzza
ogni attimo in questa visione.
Un ottimo modo
per non impazzire?
Appena ci penso sù,
poi mi ridò conferma
(la seimiliardesima):
evitare
il più possibile
la ragione.

Postato da: jesusk a 18:15 | link | commenti (12) |

venerdì, 20 luglio 2007

UN TALE
(a grandi linee)

Lei entra, mentre io resto fuori col cane.
Mi siedo su un muretto di fronte, la temperatura è gradevole.
Aspetto, guardando la gente in giro.
Venti minuti circa.
Poi ritorna, ed insieme ce ne andiamo verso casa.
Camminando mi chiede che cosa ho fatto durante la sua assenza.
Rispondo che ho pensato ad un racconto da scrivere.
Vuole avere maggiori informazioni.
Nego.
Insiste.
Cedo, e dunque riferisco a grandi linee (ma solo a grandi linee):
Un tale col cane
fuori da un non precisato posto
seduto su un muretto
vista la temperatura gradevole,
aspetta la fidanzata
guardando la gente in giro,
venti minuti circa.
Durante questo tempo
rivive mentalmente la loro strana storia,
dal primo incontro fino al presente.
Dove le cose purtroppo
non vanno affatto bene,
frequenti discussioni.
Lui non si sente capito
e non riesce a capire,
è stanco.
Realizza una volta di più
che ormai è inutile
o persino dannoso continuare,
e con coraggio (seppur a malincuore)
decide di porre fine alla relazione,
non se la sente di rimandare ancora.
La ragazza invece considera
quest’ultimo periodo solamente
come il frutto di una crisi passeggera.
Poi lei ritorna
e i due se ne vanno verso casa,
dove tra mille pianti
la separazione avverrà.
Intanto noi arriviamo ad un semaforo, ci fermiamo perché è rosso.
Allora che ne dici, ti piace?

Postato da: jesusk a 07:11 | link | commenti (8) |

venerdì, 02 marzo 2007

faccio questo in memoria di Te

Perso tra i colli, molto verde attorno.
Cancello automatico in entrata con portineria.
Vialetto alberato e grosso complesso ospedaliero.
Al lunedì sveglia presto, colazione e giro medico.
Ricreazione alle dieci, poi gruppo di un qualche tipo.
Pranzo e “riposo” pomeridiano.
Merenda, nulla e cena.
Nulla, spuntino delle otto e mezza.
Infine a letto dopo le gocce.
Al martedì sveglia più tardi, colazione e giro medico.
Ricreazione alle dieci, poi attività occupazionale.
Pranzo e “riposo” pomeridiano.
Gruppo di un qualche tipo.
Merenda, nulla e cena.
Nulla, spuntino delle otto e mezza.
Infine a letto dopo le gocce.
Al mercoledì sveglia “tardi”, colazione e nulla.
Ricreazione alle dieci, poi gruppo di un qualche tipo.
Pranzo e “riposo” pomeridiano.
Merenda, nulla e cena.
Nulla, spuntino delle otto e mezzo.
Infine a letto dopo le gocce.
Al giovedì sveglia presto, colazione e giro medico.
Ricreazione alle dieci, poi attività occupazionale.
Pranzo e “riposo” pomeridiano.
Merenda, nulla e cena.
Nulla, spuntino delle otto e mezza.
Infine a letto dopo le gocce.
Al venerdì sveglia “tardi”, colazione e giro medico.
Ricreazione alle dieci, poi nulla.
Pranzo e “riposo” pomeridiano.
Merenda, colloquio, nulla e cena.
Nulla, spuntino delle otto e mezza.
Infine a letto dopo le gocce.
Al sabato sveglia “tardi”, poi colazione e nulla.
Ricreazione alle dieci, poi nulla.
Pranzo e “riposo” pomeridiano.
Merenda, nulla, Messa e cena.
Nulla, spuntino delle otto e mezza.
Infine a letto dopo le gocce.
Alla domenica sveglia tardi, colazione e nulla.
Ricreazione alle dieci, poi nulla.
Pranzo e “riposo” pomeridiano.
Merenda, nulla e cena.
Nulla, spuntino delle otto e mezza. 
Infine a letto dopo le gocce.
Perso tra i colli, molto verde attorno.
Cancello automatico in entrata con portineria.
Vialetto alberato e grosso complesso ospedaliero,
lì lo aveva portato, per mano, un’amica silenziosa.
E non c'è più nulla ch'io possa aggiungere.

Postato da: jesusk a 10:08 | link | commenti (5) |

venerdì, 04 agosto 2006

POST

AVANTI
Stanchezza stordente
in arrampicata dalle caviglie alla sommità del capo
attraversando centri vitali, ma l’istinto o bisogno di continuare.
Risplendono pensieri nel pomeriggio tra l’azzurro e il cotone:
non può una goccia di tenebra togliere ogni raggio al sole
non può un ultimo respiro scolpirsi come eterna immagine
non può interrompere così quel disegno meraviglioso
non può il pensiero adesso giungere presso remote lande
non può tutto ciò essere vero senza contemplarlo diverso.
Stanchezza stordente,
per riposare questo corpo allora ci sarà tempo, molto tempo
.
N-1
Aspettando qualcosa d’immortale
è sottile questo vento e caldo
ad accompagnare ogni ritorno,
si perde tra le sue stesse pieghe
la camuffata immobilità del tempo,
mentre il sole incrocia lo sguardo di chi lo alza
colorando anche quelli che fan altro.
Nel paesaggio al tramonto
l’imperturbabile ordine
dell’ennesima volta.
(viale) CONTRARIO
Musica in cuffia per sentire,
aria gelida e nebbia tosta
come nei giorni cattivi.
Passeggio quasi smarrito,
testa bassa un momento
foglie nere e sporco
poi piano la rialzo e vedo
spuntare tante piccole lucine.
Non può restare solo quello
nessuno mi convincerà mai del contrario,
non può restare solo quello
nessuno mi convincerà mai del contrario,
l’unica certezza che ho adesso.
Infine giro le spalle e torno a casa,
nessuna anima viva in giro.
E mi fa pensare la frase di un Maestro
che calmo disse a me rivolto
quando il sole scottava ancora:
cerchi fede soltanto con scienza,
ed è così strutturato un percorso contrario.

POI
Verrà un uomo,
col viso disteso.
Siederà per terra,
 
sotto l’albero di luce
in riva al fiume
che non riposa.
E mentre il vento
come cullandoli
passerà tra i rami,
ci spiegherà
sulle ali del giorno
la lezione del silenzio.

Postato da: jesusk a 11:47 | link | commenti (20) |